Empethy per trovare l’”anima gemella” – Rivista Consumatori

Lorenza Silvestri e Annamaria Barbaro sono le fondatrici di una start up che ha lo scopo di facilitare le adozioni di cani e gatti randagi e formare “coppie” pet-padrone ben assortite

Se è vero che il detto “chi si assomiglia si piglia” vale anche per le coppie cane-padrone, l’esplosione di adozioni degli ultimi anni impone alcune riflessioni perché pare che molti di questi rapporti non siano tutti rose e fiori. E il randagismo, nonostante il grande amore dichiarato nei confronti dei nostri amici a quattro zampe, è una piaga tutt’altro che risolta, soprattutto nel Sud Italia.

L’offerta di cani e gatti in cerca di adozione, malgrado le campagne di sterilizzazioni, supera di gran lunga la domanda creando un cortocircuito tra coloro che hanno a cuore la loro sorte. I canili, dopo il periodo del lockdown che ha svuotato le gabbie, si ritrovano a essere di nuovo pieni. Molti cani sono tornati al mittente dopo che i compagni umani si sono resi conto che il rientro al lavoro non era più compatibile con il prendersi cura del pet. Altre volte, invece, i volontari, disperati dal numero imprecisato di bocche da sfamare e sistemare, collocano, con un po’ di superficialità, cani e gatti nelle famiglie sbagliate. Capita che la signora ultraottantenne si innamori di un cuccioletto simil boxer che ha voglia di correre e giocare notte e giorno. Oppure c’è chi sceglie un certo soggetto perché il colore del pelo si intona con la borsetta o ha la stessa nuance dei capelli della figlia.

La morale della favola è che le coppie mal assortite tendono a scoppiare. La storia di Lorenza Silvestri inizia come molte altre: desidera un cane ma la madre non vuole, decide così di appagare questo sogno facendo la volontaria in un canile di Napoli, la sua città. «Non avendone mai avuto uno — ci racconta — mi è stato affidato il compito di seguire i social per cercare di spammare ovunque gli appelli per le adozioni. Sono laureata alla Cattolica di Milano in Psicologia del marketing, una formazione che mi ha fatto capire che in questo tipo di comunicazione c’era una falla. Ci voleva tantissimo tempo per scrivere il testo in modo dettagliato e pubblicarlo su tutti i canali, ma in cambio ricevevamo poche richieste. Così insieme alla mia migliore amica di sempre, Annamaria Barbaro, che ha una formazione economica-manageriale, abbiamo cercato di capire quali erano i punti deboli.» «Alcuni aspetti saltavano subito all’occhio — prosegue Annamaria — le fotografie erano spesso fatte male e gli appelli, talvolta, erano privi di informazioni importanti, come la salute del cane, l’età, il carattere, la compatibilità con altri animali e bambini… I toni facevano leva sull’aspetto pietistico e non sulle potenzialità. Studi scientifici dimostrano che gli appelli che mirano al senso di colpa e alla paura creano un blocco, scatenano solo rabbia e indignazione che impedisce alle persone di arrivare all’azione. Quelle che vanno a buon fine, da questi presupposti, sono adozioni di tipo impulsivo. Il 50 per cento delle restituzioni sono dovute proprio all’errore sull’abbinamento tra cane e padrone». «Così abbiamo pensato di costruire Empethy, un sito totalmente dedicato a questo mondo — aggiunge Lorenza — sia per sensibilizzare sul tema delle adozioni responsabili, sia per dare una serie di strumenti per agevolare il servizio. Abbiamo fatto un lavoro molto rigoroso da un punto di vista scientifico. Per un anno e mezzo abbiamo studiato moltissimo, parlato con le associazioni, i veterinari, i volontari, gli educatori cinofili. Abbiamo constatato che gli appelli che funzionano meglio sono quelli compilati da questi ultimi perché offrono dati completi e una comunicazione positiva». «Un altro problema — nota Annamaria — riguarda Facebook, perché la visibilità in questo caso dura poco, le condivisioni sono sicuramente utili ma si perdono nel web, ripresentando a distanza di mesi un appello andato a buon fine. Questo genera confusione e toglie spazio a chi ancora è in cerca di adozione. Un altro problema è il caos presente nell’anagrafe canina e dei Comuni che non hanno sistemi gestionali. Questi ultimi pagano per il mantenimento degli animali cifre importanti: secondo l’ultimo rapporto Lav (Lega anti vivisezione) circa 200 milioni ogni anno. Un Comune medio piccolo, come quello di Gragnano, in Campania, spende 60 mila euro all’anno per sessanta animali. Risorse destinate solo al mantenimento e non a strategie per farli adottare, senza contare che molti Comuni continuano a pagare vitto e alloggio per soggetti che non ci sono più. Il canile di San Remo ha mantenuto un cane che risultava avere sessant’anni… Il nostro servizio aiuterebbe i Comuni a risparmiare moltissimi soldi ma, soprattutto, a incrementare le adozioni». «L’università Bocconi ha dato alla nostra start up un contributo di 30 mila euro — conclude Lorenza — e molte aziende del settore stanno dimostrando interesse verso la nostra attività. Da ottobre a oggi abbiamo fatto adottare oltre 650 animali e si sono già iscritte gratuitamente oltre 400 associazioni»

Articolo di Silvia Amodio pubblicato sulla rivista Consumatori – edizione Lombardia di giugno-luglio 2022.