Settembre 1939, un inutile sacrificio – Rivista Consumatori

Siamo alla vigilia dell’entrata in guerra, il governo britannico pubblica un opuscolo informativo su come comportarsi con i propri animali in caso di attacco aereo tedesco. L’isteria collettiva però darà vita all’«olocausto di settembre». Un episodio storico poco noto che lo studioso Mauro Consolini ci racconta

l ruolo degli animali da compagnia durante le guerre non è mai stato al centro dei resoconti accademici, né tantomeno materia di ricerca storica e di approfondimento. A oggi manca uno studio serio sulla loro importanza e le poche testimonianze a disposizione tendono a riferire più le emozioni umane che l’analisi di ciò che effettivamente gli animali domestici hanno fatto per sollevare il morale e mantenere un senso di normalità anche nei giorni più duri dei vari conflitti. Mauro Consolini da molti anni conduce ricerche e scova aneddoti che ci fanno capire quanto siano stati preziosi cani, gatti, e non solo, nella vita delle persone durante le operazioni belliche.

«All’Ilford Pet Cemetery di Londra sono sepolti, come eroi della Seconda guerra mondiale, alcuni cani e gatti, come Simon (il felino che ha ricevuto la Blue Cross e la People’s Dispensary for Sick Animals Dickin Medal), le cui lapidi ne commemorano le gesta e la memoria» racconta Mauro. «Accanto a questi, ormai celebri, sono radunati in una fossa comune migliaia di animali soppressi dai loro proprietari nel settembre 1939, quando Neville Chamberlain, primo Ministro inglese, annunciò che la Gran Bretagna sarebbe entrata in guerra».

Il ricercatore ci racconta un episodio poco noto alle cronache. «Il National Air Raid Precautions Animals Committee (NARPAC) stimò che l’Inghilterra ospitava dai sei ai sette milioni di cani e gatti e circa cento milioni di animali da fattoria; di conseguenza pubblicò un opuscolo informativo per i loro proprietari con i consigli su cosa fare nella prospettiva di possibili attacchi aerei tedeschi, e come comportarsi in previsione delle scarse risorse dovute al razionamento per la probabile penuria di cibo. L’opuscolo suggeriva dunque  di affidare gli animali a parenti o ad amici che vivevano in campagna o lontani da obiettivi strategici, ma nel caso non fosse stato possibile farlo, si incoraggiava l’eutanasia come un gesto di indiscutibile umanità. La grave responsabilità del governo e del NARPAC — prosegue Mauro — fu quella di diffondere un opuscolo contenente istruzioni specifiche per gli animali da allevamento, in cui, però, era stata dimenticata qualsiasi disposizione per gli animali domestici. Nei giorni successivi furono diffusi avvisi in cui si specificava che gli animali domestici non dovessero essere soppressi, ma era troppo tardi e a poco servirono questi inviti. Nella prima settimana di guerra furono uccisi circa 400 mila animali, più o meno il 26% dei cani e dei gatti della sola città di Londra, cifra successivamente confermata sia dalla Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals (RSPCA) sia dal brigadiere Clabby, l’autore della storia ufficiale del Royal Army Veterinary Corps. Per molte persone e per le associazioni animaliste l’episodio fu così scioccante che il quotidiano “Times” riportò un articolo del National Canine Defense League  (NCDL), dove si definiva la vicenda “l’olocausto di settembre”. Il bilancio delle vittime fu più di tre volte il numero di animali domestici uccisi regolarmente da veterinari o da associazioni animaliste, principalmente per gravi malattie, in un anno intero nella capitale». L’enorme quantità di animali soppressi era più di sei volte il numero di morti civili causati dai bombardamenti nemici durante l’intera guerra in tutto il Paese. È importante sottolineare che fino ad allora nessuna bomba era stata effettivamente sganciata e nessuna sarebbe caduta su Londra, o sulla Gran Bretagna, fino all’aprile 1940.

«Molti veterinari — aggiunge lo studioso — si rifiutarono di aderire alla campagna di uccisione in massa di animali giovani e sani, e nel frattempo divennero ininterrotti gli appelli delle associazioni animaliste contro una soppressione ingiustificata. Anche il popolare conduttore radiofonico Christopher Stone ribadì più volte agli ascoltatori che “sopprimere un amico fedele quando non è necessario farlo è un altro modo per lasciare che la guerra si insinui nelle nostre case”. Ma l’isteria e la paura si erano ormai impossessate di migliaia di persone che insistevano affinché ai loro animali fosse concessa una “dolce morte”. Al Wood Green Animal Shelter, nel nord di Londra, si registrò una coda lunga quasi mezzo miglio di uomini e donne in attesa di consegnare i loro cani e gatti. Nei giorni di domenica 3 e lunedì 4 settembre il rifugio soppresse 536 animali da compagnia. Il proprietario di un gatto giustificò la sua scelta pubblicando un necrologio nel bollettino della Cats Protection League, dove scriveva: “Non posso pensarlo in altre mani o esposto ai rischi della guerra, una decisione che mi ha provocato un senso di perdita e dolore più profondo di quanto le parole possano esprimere”. Un’anziana signora, ricordando le angosce e le privazioni della Prima guerra mondiale, ripeteva che non avrebbe potuto sopportare l’idea del suo gatto che vagava senza casa e spaventato».

Oggi si è fatta luce su questa uccisione di massa senza precedenti, sono venute a galla le responsabilità del Governo, come quella di vietare l’accesso agli animali domestici nei rifugi antiaerei, ma forse alla base di tutto questo vi è anche l’amore di persone, di famiglie che hanno preso una dolorosa decisione per proteggere i loro animali dalle atrocità della guerra. «Meno di un anno dopo, nel maggio del 1940, quasi 340 mila soldati inglesi, presenti sul territorio francese, incalzati dall’avanzata dell’esercito tedesco vennero rimpatriati, via mare, dal porto di Dunkerque nel nord della Francia — conclude Consolini — molti di loro
portarono con sé i cani randagi che i civili francesi erano stati costretti ad abbandonare, in un legame tra uomo e animale che si dimostrava ancora forte, nonostante gli eventi di quella settimana di settembre del 1939».

Articolo di Silvia Amodio pubblicato sulla rivista Consumatori – edizione Lombardia di novembre 2021.