Come fa il pipistrello a muoversi al buio? Scopri l'ecolocalizzazione, la voce che lo identifica e il duello di suoni con le falene.

Pipistrello: vedere il mondo con le orecchie 

Nel buio più fitto, un pipistrello non inciampa, non sbatte e non perde una falena in volo. Non è cieco, ma per orientarsi e cacciare si affida soprattutto a qualcosa che noi non possiamo nemmeno sentire: gli ultrasuoni. 

 

Il sonar vivente 

Il fenomeno si chiama ecolocalizzazione, o biosonar, e il termine fu coniato nel 1944 dallo zoologo Donald Griffin. Il principio è semplice: il pipistrello emette dei suoni che viaggiano nell’aria come onde. Quando incontrano un oggetto, per esempio una falena, vengono riflessi e tornano indietro sotto forma di eco. 

L’animale decodifica quell’eco e ricostruisce mentalmente lo spazio che lo circonda, come una mappa o un’immagine. Per questo molti pipistrelli hanno orecchie molto sviluppate. Un esempio è l’Orecchione grigio, con padiglioni auricolari adatti a percepire suoni finissimi. 

I suoni vengono prodotti con la laringe o con il naso e possono raggiungere i 200 kHz, ben oltre i limiti dell’udito umano. Spesso l’emissione è continua, con più di 160 impulsi al secondo. Una precisione tale da individuare oggetti sottili quanto un capello umano. 

 

Perché proprio gli ultrasuoni 

Non è un caso che i pipistrelli usino suoni così acuti. Nella natura sono rari, quindi c’è meno interferenza. Viaggiano poco nell’aria, quindi ogni pipistrello sente soprattutto la propria eco e non quella dei simili. E la maggior parte delle prede, in genere insetti, non li percepisce affatto. 

Modulando la frequenza, il pipistrello riesce a distinguere forma, dimensione e consistenza di ciò che ha davanti, seguendo l’eco della preda e ignorando quella degli ostacoli. 

 

Una voce che porta un nome 

Il sonar non serve solo a cacciare. Uno studio finanziato dall’Unione europea e pubblicato su PLoS Computational Biology ha dimostrato che il Vespertilio maggiore è in grado di riconoscere i singoli individui dai soli suoni di ecolocalizzazione, anche se la loro funzione principale non è comunicare. 

La cosa sorprendente è che il suono di un pipistrello cambia a seconda di ciò che sta facendo. Eppure, nonostante questa variabilità, i suoni a banda larga contengono informazioni specifiche sull’individuo. Il modello sviluppato dai ricercatori suggerisce che i pipistrelli apprendano il suono medio dei compagni e lo riconoscano confrontandolo con quello che sentono. È un modo per restare uniti in piccoli gruppi nel buio e per evitare di disturbarsi a vicenda. 

 

La corsa agli armamenti con le falene 

Le prede, però, non stanno a guardare. Alcune emettono ultrasuoni o annullano l’eco per confondere i predatori. Certe falene arrivano ad assorbire fino all’85% dell’energia sonora che le investe, risultando quasi invisibili. 

Altre hanno trovato un trucco diverso, svelato da uno studio pubblicato su Current Biology. Nelle falene della famiglia Saturniidae, che conta circa 2.300 specie, le ali possono fare da esca. In alcune specie, come l’Atlante (Attacus atlas), le ali posteriori sono allungate e il pipistrello tende ad attaccare quelle invece del corpo. Altre, come la Aaturnia del pero (Saturnia pyri), hanno la punta delle ali irregolare e ripiegata su se stessa: restituisce l’eco più intensa e attira l’attenzione del predatore lontano dalle parti più vulnerabili. 

Se il pipistrello colpisce l’ala, la falena può subire dei danni ma spesso continua a volare e a fuggire. Non sarebbe così se venisse colpito il corpo. 

 

Un’ispirazione per l’uomo 

Secondo gli autori dello studio, capire questa sfida evolutiva potrebbe ispirare applicazioni umane, per esempio nella progettazione di veicoli anti-sonar. Intanto, ogni notte, tra pipistrelli e falene, va in scena un duello fatto di suoni che nessuno di noi può sentire. 

 

Fonti utilizzate 

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