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Con noi nella buona o cattiva sorte – Rivista Consumatori

Gli animali ci sono accanto nella buona e nella cattiva sorte. Ne è un esempio il tragico terremoto che ha colpito il centro Italia nel mese di agosto. In quei giorni le pagine di cronaca si sono riempite di storie drammatiche di persone che hanno perso la vita e di altre che, per qualche strana ragione legata al destino sono sopravvissute.
E molto spazio è stato dato anche agli animali, ai cani, soprattutto, che con il loro instancabile lavoro hanno segnalato la presenza di persone intrappolate, consentendo, di fatto, di salvarle. Alcuni animali sono morti sotto le macerie, altri, si sono salvati o sono stati salvati. È stato particolarmente commovente ascoltare chi, avendo perso i propri cari, implorava i soccorritori di salvare il proprio animale, l’ultimo pezzetto di famiglia rimasto. Le immagini dei cani davanti alla bara dei padroni, hanno toccato il cuore di tutti.
Se in questa vicenda drammatica anche agli animali è stato riconosciuto il dolore, in passato, il loro sacrificio è passato spesso inosservato.

Basti pensare alle migliaia di cani, cavalli, piccioni che hanno perso la vita in guerra prendendo ufficialmente parte alle operazioni belliche.
«Mocker venne arruolato nell’esercito americano con il compito di portaordini. In Europa prese parte alla prima guerra mondiale, ma durante la sua 52ª missione perse un occhio e una parte del cranio.
Curato e ristabilito, tornò in patria dove lo accolsero come un eroe, perché aveva contribuito a salvare numerose vite umane – racconta Mauro Consolini -. Eppure non c’è traccia di Mocker nei libri di storia, perché era un semplice piccione, così come non c’è traccia degli altri milioni di animali utilizzati in campo bellico». Tutte le guerre sono riprovevoli, dalla notte dei tempi seminano sofferenza di cui l’uomo non sa far tesoro, e come un disco incantato ripete nei secoli gli stessi errori.

Mauro Consolini è uno studioso che si occupa del ruolo degli animali nelle strategie militari. Attraverso le sue ricerche, vuol far conoscere altre vittime, insieme a quelle umane.
«La storia che non documenta l’uso degli animali durante i conflitti è una storia incompleta», rivendica Mauro.
Cavalli, cani e piccioni, si sono rivelati determinanti per sconfiggere il nemico e sono stati impiegati soprattutto nella prima e nella seconda guerra mondiale. Altre specie più insolite come delfini, api, ratti e, perfino, squali, sono stati protagonisti nelle operazioni belliche più recenti. I cavalli sono gli animali che siamo più abituati ad associare alle azioni militari e sono stati utilizzati in tutte le nazioni coinvolte. Nella prima guerra mondiale ne sono morti circa 8 milioni.

«Tra il 1914 e il 1918, quasi un milione fu trasportato dal nord America ai campi di battaglia dell’ovest europeo – ci spiega Consolini -. Altri spostamenti avvennero in tutta Europa tra stati alleati e zone franche. Molti animali morirono per ferite da armi da fuoco, altri intossicati da agenti chimici e biologici. La Grande Guerra fu etichettata come la guerra chimica, a causa dei gas irritanti e dell’uso del carbonio.
Il bersaglio erano naturalmente i cavalli, in questo modo si indeboliva il nemico. Per questa ragione si crearono corpi veterinari sempre più efficienti per curare gli animali colpiti. In Italia il Corpo veterinario militare fu affiancato dalla Croce Azzurra, un servizio sanitario che riuscì ad assistere oltre 3.400 cavalli. Ma a fine guerra, solamente nell’esercito francese, i cavalli uccisi furono 1.140.000».

Il cane è un altro animale che ha affiancato l’uomo nei vari conflitti. Nella prima guerra mondiale diverse migliaia di soldati furono salvati dai cani addestrati, grazie ai loro raffinatissimi olfatto e udito.
«Il cane sanitario accompagnava i barellanti e cercava attorno al conduttore in un raggio di 200 metri – racconta Mauro -, un’operazione che andava fatta di notte e in silenzio. Quando il cane trovava un ferito, riportava un oggetto appartenente al soldato oppure abbaiava in maniera soffocata, facendo capire che la ricerca era andata a buon fine. A quel punto tornava dal conduttore che gli metteva il guinzaglio per essere condotto dal soldato ferito. I tedeschi predisponevano nella divisa un pezzo di stoffa che, in caso di ritrovamento, il cane strappava consegnandolo al conducente cinofilo. Il loro lavoro era talmente importante che, in assenza dell’ufficiale veterinario, gli animali feriti dovevano essere soccorsi dagli ufficiali medici. Durante il primo conflitto mondiale, la Germania impiegò 6.000 cani addestrati, l’Italia 3.500, che venivano utilizzati soprattutto sulle Alpi per trascinare slitte cariche di viveri, generi di conforto e munizioni.
Molti animali precipitarono nei dirupi, altri morirono colpiti dai proiettili e per quelli feriti fu creata, nei vari ospedali, un’apposita infermeria.
Durante la guerra diverse migliaia di cani persero la vita, pare 10.000 solo negli Stati Uniti, ma ancora peggio, quelli sopravvissuti, alla fine della guerra, crearono problemi logistici agli eserciti che pensarono, come unica soluzione, alla soppressione.
La Francia ne eliminò 15.000 e un numero imprecisato, ma sicuramente enorme, gli altri stati».

Queste sono solo altre atrocità che si sommano alla tragedia immane delle guerre, altre vittime oltre ai milioni di uomini, donne e bambini…
Anche i piccioni sono stati preziosi alleati dei soldati, forse tra i più utilizzati, sia nella prima che nella seconda guerra mondiale. I francesi ne fecero già uso nell’assedio di Parigi durante la guerra franco-prussiana del 1870, ma anche italiani, inglesi e americani si affidarono alle loro abilità per consegnare preziosi dispacci. Infatti, sfruttando la loro naturale inclinazione a far ritorno alla colombaia, venivano trasportati vicino alle zone di guerra con ogni mezzo: a piedi, in moto, in bicicletta, per poi essere rilasciati con le informazioni.
Curiosi, anche se non troppo utilizzati, sono i piccioni fotografi che grazie a una speciale fotocamera, sistemata sul petto, potevano scattare fotografie aeree.

Mauro Consolini ci invita a riflettere: «è arrivato il momento di dare una giusta collocazione storica agli animali che hanno servito gli eserciti di tutto il mondo. È dai libri scolastici che si dovrebbe iniziare a parlare dei sacrifici e del dolore sofferto anche dagli animali e riconoscergli un senso di gratitudine e rispetto. Per esempio, ricordando come hanno condiviso con i soldati la dura realtà della guerra, soldati anche loro, condotti al fronte senza volerlo».
Purtroppo è triste dover constatare che le guerre passate non ci abbiano insegnato molto e che questo orrore continui a ripetersi anche ai giorni nostri.

 

Articolo di Silvia Amodio pubblicato sulla rivista Consumatori – edizione Lombardia di novembre 2016.